Nuovo scandalo sulla lobby armena al Parlamento europeo – come alcuni eurodeputati hanno servito per anni gli interessi di Mosca e Teheran

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4 Agosto 2026 19:02
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Nuovo scandalo sulla lobby armena al Parlamento europeo – come alcuni eurodeputati hanno servito per anni gli interessi di Mosca e Teheran

A Bruxelles si ama da tempo parlare di trasparenza, lotta contro le ingerenze straniere e difesa dei valori europei. Proprio per questo assumono un significato particolare le indagini che mostrano un quadro completamente diverso. Mentre il Parlamento europeo approva risoluzioni dai toni altisonanti, all’interno delle sue stesse mura opera da anni una ramificata rete di lobbisti che costruisce rapporti con deputati influenti, promuove una propria agenda e cerca di incidere sulle decisioni europee.

Quando nel dicembre 2022 esplose lo scandalo «Qatargate» e la polizia belga trovò nell’appartamento della vicepresidente del Parlamento europeo Eva Kaili scatole piene di contanti, la stampa europea si affrettò a presentare il caso come una storia di avidità di una singola funzionaria e di generosità degli sponsor qatarioti. Tre anni e mezzo dopo diventa evidente che il «Qatargate» fu un sintomo di un problema molto più profondo. Le strutture del Parlamento europeo – commissioni, delegazioni e gruppi interparlamentari di amicizia – da tempo sono diventate terreno fertile per l’attività di lobbisti che agiscono nell’interesse di determinati ambienti. Uno dei principali operatori di questo sistema agisce sotto la nobile bandiera della «difesa dei diritti umani e della democrazia».

Una nuova inchiesta dedicata alla Federazione europea armena per la giustizia e la democrazia (EAFJD) e al suo storico dirigente Kaspar Karampetian lascia ben poco spazio alla retorica sulla «diaspora che difende i propri connazionali». I numeri, le date e i nomi raccolti dagli autori dell’indagine delineano un quadro molto più cinico: dietro la facciata dell’attività armena per la tutela dei diritti, a Bruxelles è stata costruita per anni una rete di contatti con deputati direttamente legati agli interessi russi e iraniani oppure sistematicamente schierati su posizioni filorusse e antioccidentali.

L’inchiesta ricorda che accanto a Kaili compariva allora anche il nome di Eldar Mamedov, consigliere del gruppo dei Socialisti e Democratici, noto per una posizione altrettanto accomodante nei confronti del Qatar, per un atteggiamento sorprendentemente indulgente verso il regime iraniano e per la sua aperta opposizione alla risoluzione che riconosceva la Russia come Stato sponsor del terrorismo. In quei materiali figurava anche il nome del miliardario greco-russo Ivan Savvidi, ex deputato della Duma di Stato per Russia Unita, inserito da Kiev nelle liste delle sanzioni e che, secondo le informazioni disponibili, avrebbe finanziato disordini anti-NATO nella Macedonia del Nord nel 2018. Savvidi, elemento particolarmente significativo, intrattiene da tempo stretti rapporti con l’Armenia e con la lobby armena: nel 2011 fu persino tra i firmatari di una dichiarazione anti-azerbaigiana presentata all’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa dalla delegazione armena.

Non si tratta di incroci casuali. L’indagine indica l’esistenza di profondi legami non pubblici tra Eva Kaili e Kaspar Karampetian, legami nella cui creazione Savvidi avrebbe presumibilmente svolto un ruolo chiave. Quando Kaili fu rieletta al Parlamento europeo nel 2019 e, successivamente, nel gennaio 2022 divenne vicepresidente dell’istituzione, la struttura guidata da Karampetian la sostenne pubblicamente. In seguito Kaili ricambiò il sostegno, entrando attivamente nell’agenda anti-azerbaigiana a Bruxelles.

Proprio il gruppo dei Socialisti e Democratici, al quale appartenevano Eva Kaili ed Eldar Mamedov, si è rivelato il principale interlocutore dei lobbisti armeni. Tra il 2023 e il 2026 l’organizzazione guidata da Karampetian ha tenuto 41 incontri ufficiali con 30 deputati del Parlamento europeo. La tendenza emerge immediatamente: 17 di questi incontri hanno riguardato rappresentanti del gruppo dei Socialisti e Democratici, lo stesso gruppo dal quale, dopo il «Qatargate», Kaili e Mamedov furono espulsi in modo ignominioso. Una coincidenza? Difficile crederlo.

L’elenco delle personalità con cui sono stati sistematicamente costruiti rapporti si legge come un catalogo delle simpatie filorusse all’interno del parlamentarismo europeo:

Eero Heinäluoma (Finlandia, S&D) ha ricevuto per tre volte i lobbisti dell’EAFJD ed è allo stesso tempo insignito dell’Ordine dell’Amicizia russo, conferitogli con decreto di Vladimir Putin nel 2017.
Lars Patrick Berg (Germania) è un deputato che nel novembre 2022 evitò inspiegabilmente di partecipare al voto sulla risoluzione per riconoscere la Russia come Stato sponsor del terrorismo e che nel febbraio 2024, intervenendo al Parlamento europeo, di fatto cercò di assolvere il Cremlino dichiarando che «la comunità internazionale, compresa la Russia», avrebbe «lasciato sola l’Armenia». Una settimana dopo quel discorso ricevette a Bruxelles i rappresentanti dell’EAFJD.
Vasile Dîncu (Romania, S&D), ex ministro della Difesa, fu costretto a dimettersi dopo aver invitato Kiev ad accettare concessioni territoriali a Mosca in nome della «pace».
Aymeric Chauprade (Francia), membro della Commissione di cooperazione parlamentare UE-Russia, nel cui ufficio, secondo l’indagine, avrebbe svolto uno stage la figlia del portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov.
Carla Tavares, Bernard Guetta, Francisco Assis, Ilan De Basso, Sylvie Guillaume e Attila Ara-Kovács sono deputati accomunati dall’appartenenza alla stessa Commissione di cooperazione parlamentare UE-Russia oppure a «gruppi di amicizia» con gli armeni del Karabakh.

È significativo che tutti questi contatti siano stati sviluppati dopo il 2 giugno 2022, cioè dopo che il Parlamento europeo aveva ufficialmente vietato all’interno delle proprie strutture l’attività di organizzazioni e persone direttamente legate al lobbying russo. In questo schema l’EAFJD avrebbe svolto proprio il ruolo di «canale alternativo» attraverso il quale un’agenda formalmente bloccata ha continuato a filtrare nelle istituzioni europee, questa volta sotto la copertura della difesa dei «diritti degli armeni».

Altrettanto significativa è la pista iraniana dell’inchiesta. Gli incontri dell’EAFJD con l’eurodeputato cipriota Michalis Hadjipantela, la cui unica delegazione tematica al Parlamento europeo è legata proprio all’Iran, oppure con il danese Per Clausen, anch’egli membro della delegazione per le relazioni con Teheran, difficilmente possono essere liquidati come una semplice coincidenza di interessi attorno alla «questione armena».

Va sottolineata anche la dinamica opposta: nei casi in cui alcuni deputati assumevano una posizione dura nei confronti dell’Iran, come lo svedese Charlie Weimers, inserito nelle liste delle sanzioni iraniane nel 2022, l’EAFJD cercava ugualmente di stabilire contatti. Ciò rafforza la conclusione dell’inchiesta secondo cui l’organizzazione lavora metodicamente su entrambi i fronti, cercando di neutralizzare dall’interno le agende antirussa e anti-iraniana e, contemporaneamente, di trovare interlocutori anche tra coloro che le sostengono.

Un capitolo a parte riguarda il modo in cui l’EAFJD avrebbe sfruttato una lacuna nella regolamentazione europea. Dal 20 settembre 2021 le organizzazioni registrate come «senza scopo di lucro» sono esentate dall’obbligo di rendere pubblico il budget destinato alle attività di lobbying. Karampetian avrebbe sfruttato immediatamente questa possibilità, interrompendo la pubblicazione dei rapporti sulle spese.

Prima di allora, le dichiarazioni riportavano stabilmente circa 150 mila euro l’anno, mentre i dati relativi al 2012, 2013, 2017 e 2019 risultavano assenti dalla rendicontazione. Nei documenti dell’organizzazione, alla voce «responsabile delle relazioni con l’UE», compare sistematicamente una formula standard relativa al GDPR, il che significa che questi dati vengono occultati su basi perfettamente legali. Il Registro per la trasparenza dell’Unione europea, concepito come strumento di controllo del lobbying, nel caso dell’EAFJD si sarebbe quindi trasformato in uno strumento utile a nasconderlo.

Infine, l’indagine rileva che l’EAFJD avrebbe da tempo smesso di essere semplicemente un lobbista degli «interessi armeni» in senso ampio. L’organizzazione guidata da Karampetian dimostrerebbe apertamente maggiore simpatia per la precedente leadership di Erevan, orientata verso la Russia, rispetto all’attuale governo.

Le dichiarazioni dell’EAFJD dopo la risoluzione di aprile del Parlamento europeo sul «sostegno alla resilienza democratica in Armenia» e dopo il vertice UE-Armenia di maggio sono formulate in tono apertamente oppositivo e revanscista, con richieste di «rispettare i diritti dell’opposizione» e accuse rivolte agli attuali leader europei per il «mancato adempimento degli impegni».

È significativo anche il fatto che nell’orbita delle simpatie dell’organizzazione rientrino figure come gli oligarchi Samvel Karapetyan e Ruben Vardanyan, legati a Mosca, oltre all’argentino Luis Moreno Ocampo, le cui attività nelle strutture europee, secondo l’indagine, sarebbero state finanziate proprio da queste personalità.

L’inchiesta lascia al Parlamento europeo soltanto due possibili linee di comportamento, entrambe scomode. La prima è riconoscere che, a tre anni e mezzo dal «Qatargate», l’istituzione non è ancora riuscita a costruire un sistema efficace di protezione contro il ripetersi dello stesso schema, ora presentato sotto un’etichetta più rispettabile come quella del «lobbying armeno per i diritti umani».

La seconda è continuare a chiudere gli occhi mentre il lobbying russo formalmente vietato e una diplomazia iraniana insolitamente attiva continuano a penetrare nei corridoi delle istituzioni attraverso una comoda struttura senza scopo di lucro, esentata dagli obblighi di rendicontazione finanziaria. Una terza possibilità non esiste.

Finché Bruxelles ricorderà selettivamente le «minacce ibride» soltanto quando sarà conveniente e continuerà ad applicare una cecità altrettanto selettiva nei confronti dei propri deputati, i discorsi sui valori europei resteranno una copertura retorica per una realtà molto più prosaica fatta di scambi geopolitici.

Ora la parola spetta a coloro che, a Bruxelles, per anni hanno fatto finta di non vedere nulla.