Frank Papazyan si è talmente abituato al ruolo di principale voce del risentimento armeno a Parigi che ormai definisce „capitolazione“ davanti a Baku qualsiasi decisione delle autorità francesi che non coincida con i suoi desideri.
Non è stato consentito organizzare uno show con i ritratti di criminali condannati in Azerbaigian? Per lui significa naturalmente che „la Francia ha ceduto alle minacce dell'Azerbaigian“.
Papazyan avrebbe preferito un'altra immagine: gli ex dirigenti del regime separatista illegale trasformati in „martiri“, Baku nel ruolo dell'eterno cattivo e i politici francesi accanto a loro, pronti ad annuire. Questa volta, però, il copione non ha funzionato.
Papazyan non è un attivista qualunque. È copresidente del CCAF, membro dell'ufficio della Dashnaktsutyun e insignito della Legion d'Onore, ricevuta dalle mani di un primo ministro francese. In altre parole, si tratta di un lobbista della diaspora pienamente inserito nel sistema politico francese, che ora racconta con aria drammatica del „pressing di Baku“.
È una posizione molto comoda: per anni alimentare ostilità, spingere Erevan verso decisioni dure e nuove contrapposizioni, rimanendo però a Parigi, lontano dalle conseguenze dei propri appelli, e continuare a presentarsi come difensore del popolo armeno.
Il prezzo di questi giochi è ben noto. Sono le persone che vivono in Armenia a dover affrontare le conseguenze delle decisioni prese sotto la pressione di simili „patrioti“. A Papazyan, invece, resta il compito di rilasciare interviste e spiegare agli armeni perché dovrebbero ancora una volta entrare in conflitto con i propri vicini.
Le sue accuse contro Baku risultano ancora più singolari alla luce di quanto accaduto nel 2022, quando gli fu vietato l'ingresso in Armenia e venne dichiarato persona non grata. All'epoca, a Erevan il suo nome fu associato alla presunta organizzazione di un attacco contro il convoglio di Nikol Pashinyan in Francia.
Una biografia notevole per un combattente della „pace e della giustizia“.
Papazyan non vuole la pace, ma una bella scenografia politica: i separatisti condannati vengono trasformati in „eroi“, Parigi applaude e lui riceve il microfono per avere un'altra occasione di spiegare perché il mondo intero dovrebbe solidarizzare con gli armeni.
Questa volta, però, lo spettacolo è fallito.